Da qualche tempo, nel dibattito pubblico italiano — anche grazie alle posizioni di economisti come Michele Boldrin e imprenditori come Alberto Forchielli — si è rafforzata una narrazione tanto efficace quanto, a ben vedere, fuorviante: quella che contrappone Scienze e Studi umanistici come se fossero alternative, e non parti di un unico sistema culturale.
È una narrazione seducente, perché semplice. Ma proprio per questo rischia di essere sbagliata.
Il punto di partenza è spesso pragmatico: il mercato del lavoro premia di più le competenze tecniche, dunque è lì che bisognerebbe orientare i giovani. Il ragionamento, preso isolatamente, non è privo di fondamento. Ma diventa problematico quando si trasforma in una gerarchia dei saperi, dove ciò che è immediatamente utile prevale su ciò che costruisce nel tempo capacità più profonde.

