«Quando ti viene nostalgia non è mancanza. È presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti.» — Erri De Luca-
È una frase che sento profondamente mia, da sempre. E, a dirla tutta, senza particolari meriti: mi è capitata in dote.
Non sono però così convinto che sia davvero un automatismo, come potrebbe sembrare. Anzi, nella mia esperienza accade spesso il contrario. Mi capita di imbattermi — negli altri, non in me — in una nostalgia che definirei “stagnante”: quella dei lunghi “noi che…”, dei racconti rivolti esclusivamente all’indietro, del desiderio, nemmeno troppo nascosto, di tornare a un tempo che semplicemente non esiste più.È una nostalgia che si nutre di mancanza e che, col tempo, rischia di trasformarsi in una gabbia. Perché se la nostalgia è davvero solo desiderio di ritorno, allora è destinata a far male. Sempre. Un po’ come la descrive Milan Kundera, quando la lega a una forma di sofferenza.
Io credo invece che la nostalgia, da sola, non basti. Vada in qualche modo guidata, quasi “educata”.
Per farlo, almeno per come la vedo io, serve distinguere tra eventi ed emozioni. Gli eventi appartengono al passato: sono finiti, chiusi, irripetibili. Le emozioni, invece, seguono un’altra logica. Restano, si trasformano, ma non scompaiono.
Ed è qui che si gioca tutto. Se restiamo aggrappati agli eventi — a ciò che è stato e non può più essere — entriamo inevitabilmente nel territorio della mancanza. Ma se impariamo a lasciare andare l’evento e a trattenere l’emozione, allora il ricordo cambia natura: smette di essere una ferita e diventa una risorsa.
Non è più nostalgia. È accesso.
Accesso a un patrimonio emotivo che è ancora lì, intatto, sorprendentemente vivo. Le emozioni non si consumano, non si esauriscono: se le sai richiamare, sanno ancora coccolarti e, soprattutto, restituire energia.
Forse è anche per questo — e continuo a dirlo: non per merito mio — che tendo a dare più peso a ciò che ho, qui e ora, piuttosto che a ciò che non ho più. Non è disinteresse, né rimozione; è semplicemente assenza di senso di privazione.
Perché, se non possiamo tornare indietro — e non possiamo — allora una nostalgia “stagnante” non è solo inutile: è una trappola. Un modo elegante per restare fermi.
In fondo lo sappiamo tutti, anche se non lo diciamo: non torneremmo davvero indietro. Non sui banchi di scuola, con interrogazioni, compiti in classe e tutte le insicurezze di allora.
Eppure, se ci penso, quelle emozioni le riprenderei tutte. Le paure prima di un’interrogazione, le goffaggini, gli innamoramenti adolescenziali fatti di timidezza e sproporzione. Emozioni capaci di annullare spazio e tempo e che, ancora oggi, se richiamate nel modo giusto, sanno restituire una forma di gioia molto concreta.
Non mi interessa rivivere le situazioni. Mi interessa poter accedere a quello che mi hanno lasciato.
Io non tornerei indietro. E, a essere onesto, faccio fatica a credere a chi dice il contrario. Tornare indietro significherebbe riprendersi tutto, anche ciò che oggi ricordiamo con una certa indulgenza.
Le emozioni, invece, possiamo sceglierle. Possiamo tenerle con noi, senza doverci portare dietro il resto.
Ed è forse questo l’unico vero lusso che il tempo ci concede.

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