È una narrazione seducente, perché semplice. Ma proprio per questo rischia di essere sbagliata.
Il punto di partenza è spesso pragmatico: il mercato del lavoro premia di più le competenze tecniche, dunque è lì che bisognerebbe orientare i giovani. Il ragionamento, preso isolatamente, non è privo di fondamento. Ma diventa problematico quando si trasforma in una gerarchia dei saperi, dove ciò che è immediatamente utile prevale su ciò che costruisce nel tempo capacità più profonde.
Due pesi, due misure
E qui emerge un paradosso rivelatore. Oggi è socialmente accettabile — persino tra persone considerate colte — non sapere nulla del Secondo principio della termodinamica. Molto meno accettabile è non conoscere Aristofane. Due pesi e due misure che non hanno una reale giustificazione culturale: entrambe sono lacune, entrambe segnalano una formazione incompleta.
Questo squilibrio non nasce all’università, ma molto prima. È il prodotto di una separazione strutturale che ha progressivamente diviso ciò che per secoli era rimasto unito. Il passaggio dal liceo “unico” alla distinzione tra percorsi classici e scientifici ha introdotto una biforcazione precoce, costringendo gli studenti a scegliere non solo cosa studiare, ma implicitamente che tipo di mente sviluppare.
Eppure, la storia del pensiero racconta altro. Figure come Leonardo da Vinci o Galileo Galilei non riconoscevano questa distinzione: erano, allo stesso tempo, scienziati, filosofi, tecnici e umanisti. Il sapere era uno, articolato ma non separato.
Oggi, invece, si tende a risolvere il problema della competitività spingendo verso una maggiore specializzazione, sempre più precoce. Ma è legittimo chiedersi se questa sia davvero la strada giusta. Una formazione solida non nasce dall’accelerazione, bensì dalla profondità delle basi. Non è un caso che molti professionisti italiani, in passato, abbiano trovato riconoscimento internazionale proprio grazie a una preparazione ampia e teoricamente robusta, capace di adattarsi a contesti diversi.
Meritocrazia: tema giusto, diagnosi sbagliata
In questo quadro, il tema della meritocrazia — giustamente sollevato da Boldrin — rischia di essere frainteso. La meritocrazia non consiste nel privilegiare alcune discipline rispetto ad altre, ma nel creare le condizioni affinché ogni talento possa svilupparsi pienamente. Sovrapporla a una promozione unilaterale delle discipline scientifiche significa ridurne la portata, trasformandola da principio generale a strumento settoriale.
La questione diventa ancora più evidente se si guarda alle trasformazioni in atto. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non richiede solo competenze tecniche avanzate, ma anche capacità interpretative, etiche e linguistiche. Non si progettano algoritmi senza matematica, ma non si governano i loro effetti senza filosofia, diritto e cultura umanistica. La complessità contemporanea non premia la separazione: premia l’integrazione.
In questo senso, suonano oggi particolarmente attuali le parole della filosofa Ágnes Heller, che provocatoriamente sosteneva come a scuola si dovrebbero imparare soprattutto “cose inutili”: greco antico, latino, matematica pura, filosofia. Non per inutilità reale, ma perché sono proprio questi saperi a costruire una libertà intellettuale che consente, in seguito, di affrontare qualsiasi ambito.
Il problema, allora, non è avere più laureati in discipline STEM, né difendere in modo nostalgico gli studi umanistici. Il problema è aver accettato l’idea che si debba scegliere tra le due cose. È qui che la discussione pubblica rischia di diventare riduttiva: quando segnala un problema reale ma propone soluzioni parziali, incapaci di coglierne la natura sistemica.
Forse la vera sfida è un’altra. Non indirizzare i giovani verso un campo o un altro, ma restituire pari dignità ai saperi fin dalle fasi iniziali della formazione. Più matematica nei percorsi umanistici, più filosofia e letteratura in quelli scientifici, e soprattutto una rinnovata centralità del pensiero critico — oggi indispensabile per orientarsi in un mondo dominato da informazioni, algoritmi e semplificazioni.
Una volta, questo significava imparare a leggere un quotidiano. Oggi significa saper leggere la realtà attraverso i filtri dei social, comprendere quando usare la tecnologia e quando prenderne distanza. È una competenza trasversale, che nessuna disciplina, da sola, può garantire.
Il sapere, in fondo, non è una somma di compartimenti stagni. È un organismo vivo, che cresce per connessioni. E forse, più che chiederci quanti ingegneri o quanti umanisti servano, dovremmo tornare a porci una domanda più ambiziosa: Vogliamo persone colte, capaci di capire il mondo nella sua interezza?
Se la risposta è sì, allora la strada non è dividere. È ricomporre.
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Un bel articolo di cui condivido al 100% il contenuto . E penso, appunto, che non servano più ingegneri ma più gente che sia in grado di esercitare il pensiero critico, liberamente.
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