Quell’anno aveva una particolarità. Per la prima volta veniva offerta agli studenti la possibilità di presentare una tesina facoltativa. La nostra insegnante di lettere, Paola Stocco, suggerì alcuni argomenti e io, insieme al mio amico Toni, scegliemmo Ignazio Silone. Non avevamo alcuna certezza sull’effettivo valore che la commissione avrebbe attribuito a quel lavoro. Trattandosi di una novità assoluta, nessuno sapeva davvero quanto avrebbe pesato nell’economia dell’esame. Col senno di poi, credo che questo fosse quasi irrilevante. Per me quella tesina finì per assumere un significato completamente diverso.
Mi appassionai al tema più di quanto avessi immaginato. Toni ed io ci dividemmo le letture, confrontammo le nostre impressioni e lavorammo insieme con entusiasmo alla raccolta dei materiali e al loro assemblaggio, dopo aver ricevuto un inaspettato imprimatur dalla professoressa. Che non era così scontato. Il suo essere molto esigente, era risaputo.
A poco a poco quel lavoro divenne qualcosa a cui aggrapparmi nei giorni che precedevano l’esame. Oggi direi che era la mia personale coperta di Linus: non tanto una garanzia di successo quanto una fonte di fiducia.
Ricordo ancora perfettamente l’aula dell’orale. Si trovava al primo piano, in fondo al corridoio sulla destra. Era la stessa aula di disegno che avevamo utilizzato durante il primo anno di liceo. Rientrarvi per affrontare l’ultima prova aveva quasi il sapore simbolico della chiusura di un cerchio.
Fui il primo a essere interrogato. L’aula era gremita di studenti delle varie sezioni, venuti ad assistere ai primi esami per capire l’orientamento della commissione esterna e la severità dei commissari. La commissione era composta interamente da membri esterni, presidente compresa. L’unica presenza interna era proprio la professoressa Stocco.
L’esame iniziò con Italiano. La presidente, una docente di lettere antiche, teneva in mano la mia tesina. Ricordo ancora l’impressione che mi fece il suo atteggiamento: mi parve piuttosto scettica, quasi infastidita da quell’elaborato che probabilmente considerava poco più di una curiosità. Mi invitò a presentarlo e io iniziai a parlare.
Parlai di Silone, del suo mondo, della sua attenzione verso gli umili e gli oppressi. Più esponevo, più acquistavo sicurezza. La presidente mi lasciò procedere senza interrompermi e questo mi aiutò a mantenere il filo del discorso e la concentrazione.
Poi arrivò la domanda.
Con apparente naturalezza mi disse che avevo illustrato la visione degli umili e degli oppressi in Silone e mi chiese di confrontarla con quella di Dante e di Manzoni.
Ricordo ancora lo sguardo della professoressa Stocco. Per un attimo ebbi l’impressione che considerasse quella domanda un colpo quasi impossibile da assorbire. Probabilmente, in un’altra occasione, lo sarebbe stato anche per me.
Invece accadde qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare. In una frazione di secondo emersero dalla memoria due concetti che avevo incontrato nel corso degli anni di studio e che fino a quel momento erano rimasti silenziosamente depositati da qualche parte nella mia mente: il libero arbitrio e la Provvidenza.
Mi aggrappai a quelle due idee e iniziai a costruire la risposta. Dalla visione di Silone passai a Dante e a Manzoni, contrapponendo alla ribellione degli oppressi una lettura di matrice cristiana nella quale la sofferenza e la miseria assumono un significato diverso e si inseriscono in un disegno più ampio.
Man mano che parlavo, capii che stavo entrando nel terreno culturale della presidente. Lei interveniva, aggiungeva osservazioni, suggeriva spunti. Io raccoglievo quei segnali e proseguivo il ragionamento. Più che un’interrogazione, sembrava diventata una conversazione guidata.
A un certo punto furono gli altri commissari a interromperci. Il tempo stava scorrendo troppo velocemente e chiedevano di passare alle altre materie.
Fu allora che compresi che l’esame aveva preso una direzione favorevole.
Il resto si svolse senza particolari difficoltà. Alla fine ottenni un voto molto buono, certamente superiore a quanto molti avrebbero previsto sulla base del mio percorso scolastico. Fu un anno severo: nella mia sezione nessuno raggiunse il massimo dei voti e ci furono perfino diverse bocciature. Per questo motivo il mio risultato suscitò qualche perplessità e lasciò anche qualche strascico di malumore.
A distanza di tanti anni riesco a comprendere quelle reazioni. Ma continuo a pensare che quel voto fosse il giusto riconoscimento di una prestazione particolarmente riuscita. Non premiava il mio passato scolastico; premiava ciò che ero stato capace di fare in quel momento.
Per questo motivo l’ho sempre vissuto come una piccola rivincita personale nei confronti dei giudizi e dei pregiudizi accumulati negli anni. Non una rivalsa contro qualcuno, ma la soddisfazione di aver dimostrato, prima di tutto a me stesso, di valere più delle etichette che mi erano state attribuite.
Con quell’esame si chiuse ufficialmente una fase della vita. Poco dopo le strade dei compagni iniziarono a separarsi. C’era chi sarebbe andato a Padova, chi a Ferrara, chi a Modena. Ci si vedeva ancora, certo, ma sempre meno. Senza telefoni cellulari e senza WhatsApp, la distanza finiva lentamente per allentare i legami quotidiani.
Ripensandoci oggi, il ricordo più importante non è il voto ottenuto. È la lezione che quell’esame mi lasciò.
La maturità è il primo vero scoglio che ci troviamo davanti. Dopo ne arrivano molti altri, spesso più impegnativi. Ma quello segna un passaggio speciale, perché è il momento in cui iniziamo a misurarci con noi stessi e con la nostra capacità di affrontare l’ignoto.
Da quell’esperienza ho imparato che la preparazione è indispensabile, ma non sempre sufficiente. Ci sono momenti in cui la differenza la fanno la convinzione, la fiducia nelle proprie possibilità e quel pizzico di incoscienza che ci impedisce di arrenderci prima ancora di aver provato.
A volte basta una tesina. A volte basta una domanda difficile. A volte basta credere, per qualche minuto, che l’obiettivo è raggiungibile.

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